Archivi Giornalieri: Giugno 10th, 2007

Finché la mano il bastone teneva
in gesto fermo di severa alterigia
pur nei nodi bianchi
di sangue fangoso, infido
plasma senza cura del padrone,
allora nel passo calava in
tonfi
(dottore)
pesanti
(dottore)

quell’arto disgustato di vita inerme
quel piede ribelle di vita esente
e al cenno per strada
mandava di piglio (ipocrita)
un saluto sprezzante.

Finché il bastone teneva le nocche
di ciocco, e lo schiocco
dell’anca scavata
(smeriglio d’età sciapa)
non giungeva al nervo
un elettrico impulso
in sinapsi limpide
come specchi d’altura
comandava l’avanti.

Nei tuoi occhi di spighe
nel profumo saponato del mattino
mi accontenterò di tenere le tue braccia
rami bianchi abbracciati ai gomiti,
in ascolto, madre di battaglie
di cadute e sassi e risa
del livido (tempo che si sbarazza)
non urto né dolore ma soffio
caldo e sussurri d’infanzia.

 

Il cappotto, ricami rosati su sfondo nero, s’incagliò tra il carrello e l’anta d’acciaio dell’ingresso. Ad ogni cliente, dalla porta scorrevole, le spruzzate di pioggia andavano, in breve parabola, a sbattere sulla moquette. La mano sinistra sollevò il lembo dalla fessura infida, in asse col cardine. Si accorse che la mano, rossa dal freddo, sembrava un oggetto estraneo, muto e nudo.
Le conseguenze dell’alcool. Istintivamente passò la mano destra tra i capelli, stringendone una ciocca, più bionda delle altre, tra il pollice e il medio; l’indice, puntato in alto, indicava un’offerta strepitosa, comode rate, basso tasso d’interesse.
Strattonò la stoffa, innervosita, incurante del danno arrecato alla farfalla rosa, ricamata in Sud Corea dalla paziente Wu, mamma saggia e donna coraggiosa.
La farfalla perdette l’intera ala e buona parte della grazia, sospesa sbilenca e mutila, sul fiore accanto.
Lia si guardò attorno. Rigirò tra le dita la moneta con l’effige dell’uomo universale, la soppesò con la punta dell’indice infilandola nella fenditura e staccò pesantemente il carrello dal treno dei fratelli. Il clangore improvviso suo malgrado, la fece sobbalzare. Lo sguardo riandò alla fascetta di pelle più chiara alla base dell’anulare.
L’eroe non c’era.
Ad Ani cosa piace? La mozzarella col pomodoro. Tramestio nelle corsie, scalpiccio di tacchi come topolini che si disperdono in una cantina. Corriamo verso l’offerta, pensò. Ad Ani piace… Piace la frutta. In questi giorni ne mangia meno, stropiccia la buccia tagliata fra le dita. Gridolini gaudenti, click di macchine fotografiche. Lampi istantanei, bagliori bianchissimi. Ani non sa com’è che papà lo vede così spesso in tv e mai in casa. Lia ha cambiato numero due volte. Di due operatori diversi. Ha comprato un cellulare diverso annesso a un software, di ultima generazione, che rivela il numero dei privati. Almeno i primi cinque numeri.
Una bella ragazza, dritta sui tacchi altissimi, guarda la folla nascosta dal pilastro delle bilance ed arrossisce.
Lia si sposta nel reparto panificio. Due triangoli per un fine settimana sono bastati. Il carrello non si riempie. L’eco di risatine rauche, femminili, si frange contro il pane.
Lia sente il suo profumo. Come un animale solleva la testa ed annusa. L’eroe è qui. Coincidenze disgraziate. Il cappotto ha ancora odore di birra. Bere le dà un privilegio che suo marito non ha: soffrire e dimenticare.
Corre verso il lato opposto al profumo. Detersivi Spic e Span, Mastrolindo, Nelsen, Vim, Lysoform. Sembra s’imponga una scelta anche se non le servono. Fare la spesa non è mai stato così noioso. Lia odia il fucsia, il rosso, il verde esasperante dei prodotti. Dovrebbero colorarli di beige e verde acqua, tenui colori per distendere. Dovrebbero darci delle bottiglie da riempire. Tutta questa plastica inutile, fastidiosa, sporca. Non serve. Passi nei corridoi, costruiti da commessi sottopagati, muri di due metri fatti di prodotti. Un po’ come in certe case diroccate. Cosa effettivamente serve Lia la sa bene. Abitare in un campo profughi ti dà una mano ad imparare come fare una decente lista della spesa. Prima che l’eroe fosse eroe e la sposasse. Prima di Ani, quando si veniva al supermarket per fare i sondaggi, per capire, e per riderne. Lia si allontana diametralmente, lentamente dai passi. Non si sa mai, dice a bassa voce. Tira il carrello con tutt’e due le mani. Le piaceva ridere con l’eroe. Aveva due fossette -che adesso le donne trovano così sexy- ai lati della bocca che diventavano due buchi ad ogni risata. I capelli dal taglio morbido, giovanile di sinistra, lunghi per vezzo, lucidi. Le mani sempre agitate, per sottolineare anche le parole più banali. Ora tutto questo è sotto i suoi occhi dalle 21.00 alle 21.30, in una striscia quotidiana che si chiama “occhi sul mondo”. Lia ha calcolato che in mezz’ora fa fuori una birra ad alta gradazione. Ani dice che papà in tv sembra uno stupido. Sempre più spesso le chiede se può vedere dov’è nata la mamma.
Ma lo stato nella cartina non c’è. Esistono le persone che ne facevano parte. Ma di quelle neanche “occhi sul mondo” vuole parlarne. Ad Ani piace… il bagnoschiuma alla vaniglia. Ani ama i profumi dolci.
I passi si avvicinano. Portano il suo profumo.
Nel reparto alcolici c’è un’offerta per la birra. Una scatola. Due pacchi di patatine e la commessa non la guarderà storto. Una festa. Tutto qui. Voci si avvicinano, ticchetti di tacchi. Chissà se la signora Wu fa la spesa in un supermercato ordinato e pulito come questo.
Quando scrisse il libro non c’era nessuno che ascoltasse. A nessuno interessavano i genitori di Lia. Terre lontane, morte, non vendibili, poco fuxia, insomma.
Abbiamo imbrogliato tutti. Ma non abbiamo guadagnato solo una separazione. Un anno per architettare tutto, avere la persona giusta, che sappia come farsi capire era già un passo, ne facemmo tanti. La causa dicevamo scherzando. Il piano era congegnato meglio di quanto sperassimo. Un eroe nazionale. Per cosa? Si ora che le commissioni studiano e i produttori lanciano e gli attori girano e i presentatori informano e i comici dubitano e i telegiornali… ora la causa ha fatto i suoi passi. Ma Lia ha perso.
L’eroe non vuole divorziare. Dice che non può.
Lia si ferma davanti ai superalcolici. Decisamente troppo.
Ad Ani piace… il succo vero d’arance. Oggi si accontenterà di quello tedesco, finto. C’è un brusio sommesso, tanti passi in uno sfondo immaginario, i suoi in primo piano, passi che sanno cosa vogliono. Non vuole tornare a casa. La loro. Vuole che faccia l’eroe solo. Non è finita, ma non continuerà. Lia solleva gli occhi sulla folla veloce. L’eroe è al centro dell’attenzione, serio. Le va incontro, veloce e sicuro. C’è Ani con lui.
La folla si disperde, lentamente.
Ani ha i capelli legati, il grembiule blu della scuola il braccio sollevato, la mano nella mano dell’eroe. Qualche fotografo, più spudorato, scatta ancora una foto. Ma i più restano indietro come per far passare un corteo.
L’eroe ha la giacca di tanti anni fa. Si avvicina, le gambe sicure, dritte, in traiettoria e velocità. Ani invece trema un po’. Guarda indietro, la folla colorata, curiosa e un po’ scocciata. Quando solleva lo sguardo, gli occhi le sorridono. L’eroe nazionale si ferma. Si volta. Aspetta che nel corridoio non ci sia più nessuno.
Restano soli, tre persone e centinaia di bottiglie che li guardano.
Andiamo a casa.
Chissà se la signora Wu ha un marito, cosa pensa mentre lavora, se ha figli e un marito. Chissà se la signora Wu si arrabbierebbe per il cappotto. Chissà se la signora Wu guarda i tg, se la notte dorme bene, se prega, se vuole una macchina diversa, se ha paura.

Ho caricato l’auto con i due zaini, ho sputato sulla porta di casa. Ho ingranato la prima e me ne sono andato senza voltarmi. Dicevo tra me – che si fottano, tendendo il collo per badare che non mi seguissero da lontano. Al bivio per la città c’era Piero col suo giubbotto di pelle borchiato. Mi ha guardato sorpreso. Questo mi ha fatto innervosire un bel po’. Ho stretto il calcio della pistola, sforzandomi di sorridere. Piero è salito, il fucile in mano, come fosse una canna da pesca. Mi ha abbracciato. Ha detto sottovoce: lo sapevo.
Ho smesso di stringere la pistola. Ho messo in moto, ho sgommato facendo volare un bel po’ di polvere. Piero ha riso. Qual è il piano? Mi ha chiesto con gli occhi da bue. Si va dal Collo ho risposto cercando di non guardarlo negli occhi. Ha puntato i piedi sul tappetino come se avesse voluto frenare: Dal collo? Sei malato, tu sei malato… poi si è messo a ridere e ha detto: se ce la facciamo col Collo possiamo con tutti. Allora ha stappato la bottiglia di acquavite che teneva nascosta nella giacca ed abbiamo bevuto. A Piero ho detto che ho smesso con la roba. Lui dice che è da passati, da vecchi, da sfigati. Perché ha paura gli piaccia. Ed ha paura di me quando mi faccio. Peccato, se c’è una cosa che mi piacerebbe fare è prendere un bel po’ di droga con Piero. Così, per cazzeggiare senza problemi, per il viaggio.
Anche se adesso il viaggio ce lo facciamo veramente per raggiungere il vecchio Collo. Lui sarà il primo.
Il tuo fucile è carico? Certo ha riso Piero. Anche la mia pistola. Passiamo dai paesi? No ci sono i posti di blocco. Allora? Dalla statale. Ma anche lì… Si ma di meno. Dovevo aver risposto di merda perché la faccia di Piero è cambiata. Sembrava che la bocca si stesse incurvando sempre di più, fino ad implodere nella faccia. Mi diceva: cazzo guardi così? Ti sei fatto? Poi ha urlato, io ho stretto la pistola ed il volante evitando un camioncino e restando, con un colpo di coda, ancora in carreggiata. Ho riso cercando di stare tranquillo. Anche Piero ha riso, ma si vedeva che stava male. Si vedeva che sospettava. Allora gli ho dato la pistola. Non per tutta la serata, ma per dimostragli fiducia. Ho cercato di tenere la voce a posto, mentre gli dicevo: non tocco la roba da tanto, amico. Sono solo su di giri per quello che capiterà al nostro vecchio amico Collo. Piero ha riso, si è disteso un po’. ma lo sentivo, nella pelle, nell’aria, come fosse una serie di piccole scosse elettriche, che non era convinto. Ci vuole tempo ho pensato. Come diceva la tipa della comunità. Ci vuole tempo, ed anche prima cammini poi corri, non guardare la tv, puoi essere normale. Mi ci sentivo quel giorno, normale, mi sentivo a posto, con tutti, con Piero, con Pallo, con mia madre, con il vecchio. A posto, buono, in ordine. Poi viaggiavo e che viaggio! L’auto guidava liscio, filava come se la strada si srotolasse davanti a noi. Anzi avrei detto che c’era qualcuno davanti con un gran rotolo di asfalto liscio. Piero ha urlato, ha dato fuori ho pensato e ho frenato. Abbiamo sbattuto la testa. Un cazzo di bambino. Un cazzo di moccioso che va in giro a cagare il cazzo invece di stare davanti alla tv, o a letto. Siamo scesi: Piero teneva il fucile sotto un’ascella, la pistola in mano e nell’altra la bottiglia di acquavite. Cazzo è morto ha detto.
Ho alzato le mani ed ho detto: non l’ho toccato, ed era vero. Non ho toccato bambini, mai nella vita. Al massimo avrò preso quei cazzoni che srotolano asfalto a quest’ora. Il bambino stava rannicchiato, si teneva le gambe.
Avevo una gran voglia di pisciare e saltellavo qua e là come un coglione. Piero ha detto: toccalo. Toccalo tu.
Cazzo ho le armi. Cazzo ho pensato. Ha le armi. L’ho toccato io ed il cosetto ha aperto gli occhi. Sto bene, dice. Piero sospira forte. Meno male, stronzetto, dico. Dove abiti? Qui dietro dice. Ci indica il buio. E infatti c’è una casa. Ti porto fin là, va bene? Si. Poi svegli mamma e papà e ti fai dare uno sguardo, ok. Ok- se ne hai voglia. Se no puoi venire con noi se ti va.
Avevo voglia di tenermelo vicino quel cosino. Sembrava Pallo da piccolo, mio fratello, che è morto di una malattia, di quelle che non perdonano, dicono.
Piero ha cominciato a fare il matto. A dire troppe parolacce per le orecchie di un bambino. Sono dovuto andare e inventare qualcosa: è una prova, cazzo. Lo teniamo così sta zitto, poi dopo Collo, prima di prendere la nave, lo molliamo in giro. Cazzone, usalo quel cervello. Piero mi ha guardato che sembrava un porco dopo che lo castrano. Il bambino è salito che sembrava stare meglio. Ho solo il ginocchio sbucciato ha detto. Piero gli ha passato l’acquavite. Sembrava stesse per dire qualcosa da un momento all’altro, ma le parole non uscivano. Viaggiavamo tranquilli, forse un po’ imparanoiati dall’incidente, quando Piero ha urlato di nuovo ed ho frenato, non si sa mai che due volte… Il bambino mi ha preso la mano. Cos’hai? Ho detto. Piero scuoteva la testa. Che c’è? Non posso. Cosa? Dai cazzo dillo.
Piero ha detto: vedo gente che srotola asfalto. Cazzo anch’io la vedo, ho detto. Anche il bambino diceva, la vedo anche io, anche io. Ci siamo voltati insieme. Come anche tu? Si ha detto il bambino con gli occhi che brillavano come lucette. Si, è mio babbo. No gli ho detto, tuo babbo è in quella casa che mi hai fatto vedere. No quello che è morto. Piero che si caga per tutto è sbiancato. Il bambino dice ancora tutto allegro: si che è il mio babbo. Lo vedono in tanti. Piero si ingolla metà bottiglia di acquavite. Cazzo, dice un .. NON LO DIRE, gli dico, sono fatto. COME SEI FATTO? sono fatto, non parlare di effe a enne, non dire un cazzo.
Piero e il bambino mi guardano con espressioni opposte.
Sentiamo un cigolio lontano, il bambino salta felice.
Piero beve e beve, singhiozza e beve. Io sto zitto: è tuo babbo? fa si con la testa il bambino. Piero sviene. Io resisto, poi crollo e quando mi sveglio sono legato a un letto. Piero non c’è. Sono solo ed il medico mi dice che non c’era bambino e che Piero, il mio amico, è morto tanto tempo fa, che non mi devo fare più, ma che mi se mi faccio ancora e mi metto al volante finisce che muoio. Poi viene Collo a vendermi altra roba tagliata di merda.